Danelli Antonio (Sant’Angel)

Antonio Danelli viveva a Sant’Angelo Lodigiano, in via Montello, insieme al padre Angelo, un laborioso contadino che lavorava presso la cascina Pedrina, alla madre Maria Rizzo, casalinga, al fratello Giuseppe e alle sorelle Teresa e Virginia.

Il richiamo alle armi e le sanzioni per i renitenti
Dopo l’armistizio dell’8 settembre furono emessi vari bandi di leva e di richiamo alle armi a favore della neonata Repubblica Sociale Italiana (RSI), che dopo l’armistizio governava parte del territorio italiano ancora occupato dai tedeschi. Il 9 novembre 1943 fu chiamata alla leva la Classe 1925 unitamente agli “sbandati” delle Classi 1923 e 1924: tutti dovevano presentarsi ai distretti militari o dai commissari/podestà. L’afflusso dei richiamati però fu insoddisfacente e dal 18 febbraio 1944 ogni nuova chiamata alle armi fu accompagnata dal famigerato decreto n. 30 che sanciva, per i renitenti, pesanti sanzioni e, in molti casi, la pena di morte. I ragazzi però non furono spaventati da quelle minacce. Nemmeno Antonio Danelli, classe 1924, rispose alla chiamata della Repubblica di Salò. Molti, tra i suoi amici più cari, erano antifascisti: Vittorio Ferrari detto “geròn”, Gino Zocchi, Paolo Arati, Mario Gatti, Nino Muciacia, Lino Bertolini, Pino Pagani, Rocco Cova, Luigi Cipelli e Osvaldo Grecchi. Con due di loro, Gatti e Grecchi, il giovane Danelli decise allora di allontanarsi da Sant’Angelo per unirsi, in montagna, alle formazioni partigiane. La partenza, fissata per l’inizio del giugno 1944, dovette però essere sospesa a causa di un massiccio rastrellamento da parte dei tedeschi e dei fascisti in cerca delle formazioni partigiane in Val d’Ossola.

L’arresto di Antonio Danelli e il perlustramento notturno
Antonio Danelli, rimasto dunque a Sant’Angelo, venne in seguito arrestato: una sera i fascisti fecero irruzione nel “Cinema Impero” (alla fine della guerra si chiamerà “Cinema Italia”) in cui si trovava, sbarrando le uscite. Antonio tentò di svignarsela dalle porte d’emergenza ma fu bloccato e condotto a Lodi. Qui, per evitare la deportazione in Germania, decise di arruolarsi. Antonio alla prima occasione riuscì a fuggire e ritornò a Sant’Angelo da dove però decise di darsi alla macchia: per i ragazzi come lui il paese non era più un luogo sicuro. Nella notte del 26 giugno 1944, ad esempio, il tentativo di un grande furto in centro aveva visto l’arrivo della Milizia che aveva affrontato con mitraglie e bombe a mano i “banditi-ribelli“: nel pesante scontro a fuoco due militi erano rimasti gravemente feriti. Immediata era stata la prevedibile repressione: nella notte fra il 30 giugno e il 1° luglio 1944, i fascisti circondarono il paese e perlustrarono ogni casa in cerca di renitenti e sbandati. Quell’operazione diede scarsi risultati grazie alle informazioni arrivate da un infiltrato nella Milizia ma portò all’uccisione di due innocenti, i coniugi Semenza, trucidati sull’uscio di casa, in via San Martino.

Danelli, Grecchi e Gatti partigiani in Val Grande
Fu però l’arresto di Umberto Biancardi, avvenuto il 5 agosto 1944, a far decidere Antonio; il ragazzo lasciò Sant’Angelo insieme ai giovani antifascisti Grecchi e Gatti per raggiungere
una brigata garibaldina. Da Milano, con il treno delle Ferrovie Nord, i tre arrivarono a Laveno Mombello. Qui s’imbarcarono per l’attraversamento del lago Maggiore, fino a Intra. Superando poi molti posti di blocco con il treno giunsero fino a Premeno. Gatti, in precarie condizioni fisiche, decise di restare a valle; Antonio e Osvaldo si allontanarono a piedi, imboccando un sentiero che portava in montagna insieme ad altri giovani. Dopo aver superato un avamposto partigiano che dominava la valle, proseguirono sino all’Alpe Curgei, un bivacco situato a 1350 metri composto da alcune baite e una stalla. Il 28 settembre 1944 riuscirono infine a raggiungere un reparto di partigiani garibaldini; ad Antonio fu assegnato il nome di battaglia “Sant’Angel”. Nei primi giorni di agosto il reparto fu riconosciuto formalmente: diventava l’85ª Brigata Garibaldi “Val Grande Martire”. Antonio si aggregò all’agile seconda divisione “D’assalto Garibaldi”, plotone “Calippo”, che si rese protagonista di numerose azioni di combattimento e di sabotaggio.

Antonio in Val d’Ossola e lo sconfinamento in Svizzera
Antonio con il suo gruppo si spostava lungo la Val d’Ossola, tra Intra e Fondo Toce, all’assalto di qualche caserma per rifornirsi di armi o dai fornai per comprare farina per il pane. Numerosi furono gli scontri per la liberazione della Val d’Ossola: nell’ottobre 1944 i partigiani videro però le truppe nazifasciste passare al contrattacco sui monti piemontesi. Costretti al ritiro, passarono per Cicogna, un paesino all’imbocco della Val Grande e sfidando la neve caduta raggiunsero a piedi il confine in Valle Canobina. Anche Grecchi e Danelli insieme ad altri partigiani il 17 ottobre 1944 sconfinarono in territorio elvetico, evitando per un soffio l’accerchiamento della valle. Raggiunti da un gruppo di militari elvetici avvisati dai contadini, furono disarmati, scortati in paese per la disinfestazione, suddivisi in piccoli gruppi e trasferiti in un campo di accoglienza a Gondo, frazione del comune di Zwischbergen, nel Canton Vallese, per lavorare nei campi come internati civili. Grecchi nel febbraio 1945 fu trasferito in un altro campo, al confine con la Germania; Danelli rimase al confine italiano e quando apprese dell’insurrezione in Italia, avvenuta il 25 aprile 1945, riuscì a fuggire insieme ad altri quattro giovani. Il gruppetto attraversò a fatica le montagne, rischiando la vita in più occasioni, ma con l’appoggio dei partigiani riuscì a far ritorno a Sant’Angelo.

La fine della guerra e la ripresa della vita civile
Nel pomeriggio del 25 aprile 1945 mentre i fascisti ripiegavano verso Lodi, a Sant’Angelo entravano i primi partigiani, tra cui Passatore detto Alano, Edoardo Cremonesi, Pietro Speziani,
e il dottor Tomazzoli. Il 26 aprile scesero dall’Oltrepò i partigiani al comando di Sandro Tonolli e furono occupate la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.), il municipio e nella casa del fascio, ormai vuota, fu insediato il C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale), disponibile alle numerose richieste dei cittadini e che rappresentava l’autorità. I soldati della San Marco (Corpo facente parte dell’esercito repubblichino) si arresero e si misero a disposizione per la salvaguardia dell’ordine pubblico, mentre il comando tedesco si oppose alla resa lasciando il 27 aprile 1945 il nostro paese, aggregandosi ad una colonna in transito. Nella mattina del 30 aprile, i santangiolini accolsero festosamente l’arrivo dei soldati americani. Nel complesso la vita riprese senza le particolari esplosioni di ferocia nei confronti dei fascisti che la cronaca registrò quasi ovunque; di quei giorni va però ricordato il rito punitivo della tosatura pubblica, eseguita da un barbiere del paese, alla quale furono sottoposte tre donne, accusate di relazioni con fascisti e militari tedeschi che furono portate nell’attuale viale Partigiani e rasate a zero. Una disgustosa punizione non certo perché si trattava di una pena efferata, ma per il senso di umiliazione che recava con sé.
Nel pomeriggio del 4 maggio, alle ore 15 il suono delle campane a festa annunciava che la guerra in Italia era finita, seguiva un applaudito concerto della banda locale con spari di fuochi d’artificio e la formazione di un corteo verso il monumento dei caduti.
Anche la vita dei fratelli Danelli riprese il suo corso. Antonio e Giuseppe in seguito hanno avuto modo di raccontare i difficili momenti vissuti. Momenti duri, drammatici. Momenti di paura accompagnati però dall’indomita speranza di un futuro migliore, frutto di una scelta precisa: i loro ideali.

Testo tratto da un articolo di Marco Danelli sul giornale “Il Ponte”, Aprile 2020.